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Bambini soldato: un dramma dell’infanzia

Bambini soldato: un dramma dell’infanzia.
Germogli recisi: un racconto e un cortometraggio per ricordare.

Le betulle non hanno ancora messo le foglie diceva Olga, la maggiore dell’opera cechoviana le Tre Sorelle mentre si perdeva nei dolci ricordi d’infanzia ormai lontani, ricordi di una vita serena, strappata via dalle vicissitudini della vita.
Ricordare è importante per non perdere la propria storia per ritrovare il proprio io, per non commettere gli stessi sbagli per guardare al futuro.
Le parole di Olga mi rimandano come per un gioco di assonanze al racconto Germogli recisi di Kossi Komla-Ebri.
Il medico scrittore togolese nelle pagine del suo racconto tratta l’atroce fenomeno dei bambini soldato.
C’è un ragazzino Ogaba che ha una vita tranquilla, gioca con i suoi amici, va a scuola, mangia le cose buone che cucina la sua mamma, forse una vita con difficoltà materiali ma in generale pacifica e felice. All’improvviso arrivano dei guerriglieri armati e in tenuta militare che lo sottraggono di forza da tutto questo, portandolo via con loro. Come si può sentire questo ragazzino lontano dalla sua casa, dalle proprie sicurezze, dai propri cari, costretto a commettere atti atroci?
Il ricordo di un giocattolo, dell’abbraccio della mamma o di un suono familiare, un odore, un gesto una qualsiasi cosa di quel tempo felice, lo potrà aiutare a superare tutto ciò che è stato costretto a fare, subire, vedere.
Nostro dovere è combattere per i loro diritti di essere bambini. Possiamo farlo supportando il progetto del cortometraggio di Germogli recisi, nato dall’omonimo racconto, che ha la pretesa di non far dimenticare tutti i bambini che nel mondo sono coinvolti loro malgrado nei conflitti armati.
Sostenendo questo progetto con una minima offerta aiutiamo alla consapevolezza di questo dramma dell’infanzia, sosteniamo i ricordi di quei bambini soldato sperando che in essi possano trovare la forza di ritrovarsi.
Proprio come accadrà al piccolo Ogaba

germogli recisi
germogli recisi

La Somalia ratifica la Convenzione Onu sui Diritti dell’infanzia

La Somalia ratifica la Convenzione Onu sui Diritti dell’infanzia: i diritti dei bambini sono pensati per tutti i bambini del mondo, senza alcuna eccezione.

Un paese tra i più poveri e violenti del mondo è quello somalo.
Sono ancora troppi i problemi della Somalia, la guerra civile, la miseria, le malattie, che colpiscono duramente la popolazione, e in particolare donne e bambini.
Una realtà dove i diritti umani sono negati o costantemente minacciati.
Oggi però la Somalia ha intrapreso un nuovo cammino per contrapporsi a tale tragicità, ratificando la Convenzione Onu sui Diritti dell’infanzia: difendere i più giovani per cambiare e migliorare la società.
Il processo di ratifica si concluderà quando il Governo avrà depositato gli strumenti della ratifica alle Nazioni Unite a New York, e la Somalia sarà ufficialmente il 195esimo Stato a sottoscriverla.
Ratificare significa che i paesi si impegnano a rispettare i diritti enunciati, in questo caso quelli della Convenzione.
È come quando fai una promessa a qualcuno: se l’intendi seriamente, farai di tutto per mantenerla.

La guerra spiegata ai bambini

La guerra spiegata ai bambini.

I fatti dolorosi delle ultime settimane da Parigi alla Nigeria, ai fatti di cronaca locale non meno terribili, pongono davanti agli occhi degli adulti e dei bambini una violenza senza fine.
Un girotondo intorno ad un mondo in guerra.
E’ lecito chiedersi fino a quando bambini e ragazzi dovranno pagare queste scelte violente.
E’ lecito che i bambini chiedano cos’è, perché, c’è la guerra da qualche parte. La guerra deve essere spiegata ai bambini.
Non bisogna pensare ai bambini come a degli specchi che si limitano a rimandare indietro, come un semplice riflesso, le notizie e le immagini degli eventi che avvengono loro intorno.
Non sono degli specchi i bambini, anzi tutt’altro; sono di un materiale gommoso pronto a recepire e inglobare tutto ciò che gli si pone di fronte, anche la violenza e la guerra: interiorizzano, relazionano i fatti, analizzano con il loro bagaglio culturale ed emotivo. Questa capacità gli permette di adeguarsi, plasmarsi all’ambiente che li circonda, ma li rende anche vittime, dell’isolamento, della solitudine, della paura, vittime di guerra, della povertà, di manipolazioni da parte degli adulti, che vedono in questa caratteristica, unica dell’infanzia, la possibilità di trarne benefici propri. E’ lecito chiedersi cosa possiamo fare. Intanto, possiamo difenderli con le parole. Parlare con loro. Con i termini giusti: è importante il significato delle parole. Dalle parole il sapere. Dal sapere la conoscenza. Dalla conoscenza l’educazione. Dall’educazione la riflessione. Dalla riflessione l’idea. Dall’idea al pensiero. Il loro pensiero accompagnato, il pensiero dei bambini sulla guerra, la violenza, l’illegalità, la diversità.
Non dovremmo dare per scontato i pensieri dei bambini, così come la loro capacità di comprendere.
Parlare con loro delle cose belle e di quelle brutte, è una delle cose che educatori, insegnanti, genitori hanno l’obbligo di dare all’infanzia per non lasciarli soli, a girare in tondo, a giocare al girotondo con il mondo.

“I bambini devono sapere; è meglio sapere le cose invece che succedono le cose senza sapere, ad esempio della guerra, della morte.”

 

La frase è di una bambina tra i 4 e i 5 anni sull’argomento “Conoscere” da In viaggio coi diritti delle bambine e dei bambini, Autori i bambini stessi (Reggio Children).

Una favola anti guerra (parte terza)

La Strabomba
(Terza puntata)

Il pilota non ubbidiva, volava e cercava il nemico, e diceva: “Vedo solo bambini e gente che lavora. il nemico non lo vedo. il nemico non c’è”.
Il re e il generale gridarono insieme: “Sono loro il nemico! Sgancia e distruggili!”.

Ma il popolo e i soldati urlarono tutti insieme: “NO”

Urlarono tanto forte che il pilota li sentì. Allora tornò indietro, volò sul castello e disse al re: “La bomba la butto addosso a te!”
Insieme al generale il re scappò e da quel giorno un’altra storia incominciò.
In tutta la terra una storia senza guerra.

Una favola anti guerra (Parte seconda)

La Strabomba
(Seconda puntata)

“Ci penso io” disse padron Palanca. Diventò capo della tv e fece un telegiornale pieno di pubblicità che diceva: “È bello combattere per il re e per me”.

E la gente credeva alle sue parole bugiarde, come beveva le sue bibite.
Padron Palanca nella sua strafabbrica nuova costruì la strabomba, gli aerei, i carri armati, i fucili e tutto quello che occorreva per fare la grande guerra. E vendette tutto al re per centostramilioni.
Il giorno della guerra il popolo, in piazza, guardava sul maxischermo il re e il generale Palanca.
Il generale diceva: “La guerra è incominciata. Fra poco vedrete l’aereo che sgancia la strabomba sul nemico. Noi siamo i più forti e vinceremo. Viva il re e viva me!”.

L’aereo era arrivato sulla grande città e il generale ordinò: “Butta la strabomba sul nemico!”.
Il pilota guardò giù e vide bambini che giocavano. E pensò: “Se sgancio li ammazzo!”
E volava sulla città che brillava al sole in cerca del nemico.
“Butta la bomba” ordinò il re arrabbiato.
(…)

(A domani per la terza e ultima parte!)

Una favola anti guerra

Le parole hanno un loro potere; ci sono le parole cattive con cui si litiga, che vengono urlate e che possono offendere, poi ci sono quelle buone, educate che raccontano cose belle, con cui si fa amicizia, che servono a scrivere le leggi che preservano i diritti di tutti.
L’insieme di entrambi i gruppi, disegna la mappa dell’umanità tra guerre e pace, orrori e bellezza, ingiustizie e giustizia.
Confido nel potere delle parole buone ed educate, bisogna impegnarsi a difenderle ed insegnarle ai bambini fin dalla primissima età, perché è il linguaggio il fondamento di una società democratica. Adolescenti e bambini devono entrarvi in contatto quotidianamete, solo così avranno gli strumenti per trascrivere la propria cartina stradale nella mappa del mondo.
La favola di Mario Lodi, La strabomba, qui presentata in tre puntate, è scritta con parole buone che dicono NO alla guerra; leggerla per sè e raccontarla a chi ci è accanto, fa star bene e aggiunge del buono nelle mappe piccole e grandi.

La Strabomba (Prima puntata)

Nella sua fabbrica padron Palanca faceva le bibite con gli scarti del petrolio. Ma nessuno comperava quelle bibite perché non piacevano. Allora inventò una pubblicità televisiva per convincere la gente a bere: Una bibita da re per la mamma, per il papà e per te!

Così tutti le bevevano e lui diventò ricco ricchissimo quasi come il re.
I ricchi sono sempre amici dei re e anche padron Palanca lo diventò.
Una sera andò a cena nel suo castello e gli disse:
“Ho un’idea! Perché non facciamo una grande guerra? Io ti costruirò una strabomba che nessuno ce l’ha e tu mi darai centro stramilioni.
Io diventerò il più ricco del mondo e tu il re di tutta la terra”.
“Bene” disse il re, “ma come si fa a convincere la gente a fare la guerra per noi?”
(…)

(A domani per la seconda parte!)