Andrea Palmucci Photographer © 2016

Siria: il paese della guerra

Nella guerra siriana non ci sono vincitori, stiamo perdendo tutti.

Il conflitto in Siria iniziato cinque anni fa, è un dramma di interessi, trattative, alleanze provvisorie, scontri sanguinosi, tra pedine armate in un gioco di guerra e di potere.
Ad oggi si contano più di 270 mila morti, tra questi moltissimi bambini; almeno la metà della popolazione è stata costretta a lasciare la propria casa, tanti ad abbandonare il paese.
I bambini che sono rimasti in Siria convivono quotidianamente con la morte e con la distruzione e hanno urgente bisogno di ricevere aiuti umanitari, in quella che è la più grande crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale.

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Support Syrian Children è un comitato italiano con sede a Bergamo, che si occupa di portare direttamente aiuti materiali e supporto medico ai bimbi siriani e alle loro famiglie dislocati in campi profughi (soprattutto spontanei) in territorio turco e siriano.
Arianna Martini, classe 1972, è il presidente: “Ormai da un anno organizziamo missioni ogni due mesi, partendo in aereo carichi di latte in polvere, barrette energetiche, medicinali soprattutto pediatrici e generi di prima necessità. Grazie alle donazioni che riusciamo a raccogliere tra gli amici acquistiamo cibo e coperte da distribuire alle famiglie e ai bimbi nei campi e supportiamo con grandi difficoltà alcune scuole/asilo all’interno della Siria, teatro di una guerra civile spaventosa e lunga in cui i bambini sono drammaticamente le prime vittime, inermi ed innocenti.”

Questa è la loro testimonianza. 

Una voce per comprendere, per riflettere, per aiutare.

“Parlare di bimbi profughi e siriani è molto di moda, in questi ultimi giorni, soprattutto dal punto di vista politico e in chiave immigrazione. Per me sono bambini, punto: bambini che soffrono per la fame e le malattie e il freddo, sotto una tenda o una tetto che rischia il crollo ogni notte per i bombardamenti, bambini che soffrono in silenzio per quello che hanno vissuto, bambini spesso soli e orfani, bambini spesso senza futuro. Sono i bambini dei campi profughi, quelli da cui torno con gli altri volontari di SSCh (Support Syrian Children) ormai da più di un anno.
Li abbiamo conosciuti anzi li abbiamo sempre in mente, uno per uno. Noi che andiamo là caparbiamente ogni due mesi e anche contro ogni ragionevolezza diamo loro una piccola voce e un volto, una dimensione e una dignità. Se dovessimo non andare più diventerebbero come la spiaggia di Bodrum, quella del naufragio del piccolo Aylan, immacolata, senza orme e senza vita: esistenze trasparenti, fantasmi.

Non è così facile parlare di loro, anche se lo facciamo continuamente. Durante una missione, in una tenda del campo incontrammo una mamma giovanissima, con una neonata in braccio quasi incosciente, di un drammatico colorito giallognolo, con la testina innaturalmente a penzoloni sul corpicino inerme. Marino, il pediatra, dopo averla visitata in silenzio, mi intimò violentemente di non parlargli, di non guardarlo, di non chiedergli nulla: quella piccolina non aveva alcuna speranza di miglioramento. Allora l’ho stretta, quella neonata, socchiudendo gli occhi, senza guardare in faccia quella madre con lo sguardo implorante che me la porgeva con disperazione, con braccia magre e ossute, consapevole come solo una mamma sa essere che la situazione era gravissima. L’ho stretta, ricacciando indietro le lacrime, ho messo via il telefono e ho pensato che alla prossima missione non l’avrei sicuramente trovata più. Mi è già successo altre volte di tornare al campo e di non trovare più un bambino. Ricordo un’altra bimba neonata, che avevo visto con le piaghette al sederino causato dall’uso dei sacchetti di plastica al posto dei pannoloni a novembre 2014. Quando sono tornata in quella tenda, alla missione successiva dopo un paio di mesi, portando confezioni di crema allo zinco donate dagli amici, lei non c’era più: l’inverno se l’era portata via. Ho ancora sotto gli occhi la sua mamma, disperata, che mi chiedeva il telefono per cercare le foto della figlia perché si ricordava che l’avevo fotografata per testimoniare agli amici la necessità di raccogliere quelle dannatissime cremine. L’aveva perduta, la sua bimba, e non aveva neppure una foto per ricordarla e piangerla. Ecco perché parlo di fantasmi, bambini trasparenti, bambini che con un soffio di vento un giorno possono non esserci più, ed è come se non fossero mai esistiti. Ecco perché torniamo da loro, caparbiamente e contro ogni ragionevolezza e convenienza: perché questi bambini ci sono e hanno bisogno, e si può fare moltissimo per loro, portando cibo e medicinali e coperte, dando loro quella visibilità e dignità che il mondo occidentale cinico e distratto fa finta di non vedere.

Eppure ci sono, e sono a due ore di aereo da noi. Portarli lontano dalla guerra in Siria non ci è fisicamente possibile, ma salvarli dal freddo, dalla denutrizione, dalle malattie non è impossibile.

Il futuro della nostra esistenza sono anche loro, i bambini dei campi profughi. E sono solo bambini, anzi sono anche i nostri bambini.


www.supportsyrianchildren.org

Foto di Andrea Palmucci (www.facebook.com/andreapalmucci)