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L’educazione della prima infanzia tra politiche sociali e livelli di governo

L’educazione passa attraverso una società istruita.

Illustrazione Giulia Orecchia

Tutti parlano di crisi dell’educazione e della necessità di porvi rimedio. Tanti auspicano cambiamenti, muovono nuove leggi a protezione dell’infanzia, al miglioramento dei servizi ad essi dedicati. Politica, sindacati, associazioni, coordinamenti, genitori, chiunque, tutti oggi vogliono essere partecipi e dire la propria. Ma come conducono questa loro volontà?
Come scriveva in un suo articolo Alain Goussot, noto pedagogo da poco scomparso, “sappiamo da tanta letteratura e da tanto tempo che la società educa e forma la persona, ma chi educa la società?”

La questione centrale dell’educazione oggi va spostata sul mondo degli adulti e la società gestita da loro (poiché non sono né i bambini né gli adolescenti che gestiscono l’organizzazione sociale, economica, politica e culturale). L’educazione riguarda il rapporto tra generazioni. Negli ultimi anni si è parlato molto e prodotto molto sulle tecniche e i metodi educativi, sulla didattica e le tecnologie formative, si sono anche fatte molte sperimentazioni interessanti in tanti contesti scolastici e formativi, ma nessuno si è veramente interrogato su come la società stava educando e formando le future generazioni, sul ruolo degli adulti, intendiamo il loro ruolo educativo, sulla preparazione pedagogica delle figure educative in senso lato: dai genitori agli insegnanti, dai formatori agli educatori, dagli psicologi agli operatori sociali ma anche dai politici agli opinion makers nei media della carta stampata e della televisione.

Schizzo Giulia Orecchia

Non stiamo lavorando per l’infanzia ma per l’aumento della conflittualità e dell’intolleranza, la disgregazione delle strutture di socializzazione e d’istruzione, in nome dell’individualismo e del potere.
Nell’analisi, che cercherò di fare da qui in poi sul mondo della prima infanzia, verrà messa da parte la pedagogia, la conoscenza didattica e formativa perché il problema si cela nella società e le sue politiche, chiamate a decidere del presente e del futuro dell’educazione, degli operatori, dei bambini e delle famiglie.
Sia la giustizia che le leggi devono, oltre che avere il compito di governare gli uomini, essere capaci di accompagnare i cittadini nel percorso che li porterà ad essere soggetti attivi di una comunità ideale.
Platone, filosofo greco che pose le basi del pensiero filosofico occidentale, pensava alla legge come alla condizione primaria di esistenza della comunità, soprattutto perché consapevole della “debolezza umana” e della necessità, affinché non si attui una disgregazione, di ancorarsi ad essa. Esse rappresentavano sia a livello politico che individuale la somma di più virtù, perché tutte risultano importanti per l’esistenza nel tempo dello stato: la sapienza, la temperanza, il coraggio.
Tale obiettivo deve tendere ad una educazione del cittadino, che deve partire sin dalla primissima infanzia, età importante per lo sviluppo umano, rendendolo amante e desideroso di divenire cittadino perfetto che sa comandare e ubbidire secondo giustizia […]

L’educazione della prima infanzia (Early Childhood Education and Care) è diventata negli ultimi anni una priorità politica di molti paesi. Una sempre più ampia ricerca riconosce che l’ECEC ha un impatto benefico su molti aspetti sociali:
– apprendimento
– integrazione
– diminuzione del rischio dell’abbandono scolastico
– futura occupazione.
I primi anni dei bambini sono quelli più formativi, in questo periodo di tempo si gettano le basi per ogni forma di apprendimento successivo, e se queste basi risultano solide sin da subito, l’apprendimento si rivelerà efficace e maggiormente predisposto al lifelong learning.
Il nido ha cambiato così immagine, diventando un servizio specifico per lo sviluppo della cultura dell’infanzia.
Come si arriva a renderlo tale?
Attraverso una programmazione. Il nido è un luogo dove ci si organizza per stare bene. Nei momenti della routine del nido, dall’appello alle attività, dal pasto al cambio in bagno e al sonno, viaggiano innumerevoli messaggi formativi, che aiutano nell’acquisizione dell’autonomia e nello sviluppo della personalità in rapporto non solo con se stessi ma con il mondo circostante.
Chi accompagna e supervisiona queste fasi?
Il team degli educatori.
Insegnanti capaci di ascoltare, di lasciare spazio alla parola e al gesto del bambino, il vero protagonista del “setting formativo”, ma anche capaci di raccontare e raccontarsi, per lasciar raccontare l’altro e invitarlo all’ascolto.
La legge 1044 parla di “personale qualificato, idoneo all’assistenza sanitaria e psico-pedagogica del bambino” ma nessuna norma si è mai interessata alla formazione e alla protezione di questi operatori che devono far fronte a un lavoro delicato e complesso: da una parte accompagnare lo sviluppo cognitivo, emozionale del bambino, dall’altra confrontarsi con il mondo genitoriale, che deve accettare di condividere con altri la responsabilità formativa del proprio figlio.
Il motivo di questa direttiva mancante è rintracciabile sia nell’ignoranza collettiva nei riguardi delle effettive potenzialità dei bambini più piccoli, sia negli effetti della medesima cultura retrograde che accomuna il ruolo dell’educatrice a quello di madre.
Solo da pochi anni si è avviato un riconoscimento della figura dell’educatore in termini di professionalità con corsi universitari che determinano le necessarie competenze, ma ancora con grande confusione in merito, come spiegherò nei prossimi articoli.

Illustrazione Giulia Orecchia

Nel nostro paese la situazione dei nidi d’infanzia è drammaticamente in ritardo rispetto alla media europea. Nonostante oggi sia mondialmente riconosciuta come una tappa fondamentale per lo sviluppo del bambino.