illustrazione giulia orecchia

Educazione e democrazia

Educazione e democrazia.
Stimoliamoli e dire quello che pensano e a pensare quello che dicono*.

Perché i pesci non annegano? Perché i grandi hanno sempre ragione? Perché si mangia? Il gioco dei perché è il più vecchio del mondo, diceva Gianni Rodari.
Tanti perché vivacizzano il mio giorno lavorativo nel nido d’infanzia, a cui cerco di rispondere, uno per volta, emotivamente e razionalmente. Perché!?
In Democracy and Education, John Dewey considerava la scuola come luogo di esperienza e di formazione primaria a quella della vita quotidiana contestualmente democratica. I processi democratici, affermava, non sono e non dovrebbero essere legati solo a fatti politici e governativi, ma dovrebbero esserlo con i cittadini; tale relazione è da attuare attraverso la loro partecipazione consapevole. Tale binomio “partecipazione consapevole” necessita di una valida pedagogia dell’individuo e della collettività, che deve iniziare già da quando si è bambini.
Educare alla democrazia non significa soltanto insegnare educazione civica nell’ora designata o accennare ai bambini qualcosa sulla Convenzione dell’infanzia o la Costituzione, seppur molto importanti. Educare alla democrazia al nido come a scuola significa soprattutto far fare al bambino quotidianamente esperienze di vita democratica, considerando i bambini come esseri pensanti e quindi “persone” a cui chiedere la loro opinione tutte le volte che è possibile.
Come già affrontato nel post La guerra spiegata ai bambini, perché i bambini si abituino a pensare autonomamente occorre che gli adulti diano loro occasioni di scambio e confronto, incoraggiandoli, domandando, ascoltando, intervenendo e rispondendo.
Alla domanda di un mio alunno, come ho già anticipato, cerco sempre di rispondere e cerco sempre di fermarmi quel poco che serve per chiedergli il perché di quel punto interrogativo.
Perché?
Perché è così che inizia una condivisione di una modalità comportamentale, e in un istante ci ritroviamo a parlare, a raccontare, ad ascoltare, ad accettare l’altro: Democrazia.

E i miei alunni sono persone di età compresa tra i 2 e i 3 anni.

Un certo numero di persone non diventano società perché vivono fisicamente vicine, come un uomo non cessa di essere socialmente influenzato per il fatto che vive tanti metri o chilometri lontano da altri. (…). Degli individui non compongono un gruppo sociale nemmeno perché lavorano tutti per un fine comune. Le parti di una macchina lavorano con un massimo di cooperazione, per un risultato comune, eppure non formano una comunità. Se però invece fossero tutte consce di questo fine comune e vi fossero tutte interessate in modo da regolare la loro attività specifica verso di esso, allora esse formerebbero una comunità. Ma questo richiederebbe la comunicazione. Ognuno dovrebbe sapere ciò che l‟altro intende, e dovrebbe in qualche modo tenere l‟altro informato dei propri scopi e progressi. Il consenso esige la comunicazione.”

(John Dewey, Democrazia e educazione, La Nuova Italia, Firenze, 1959, pag.6)

*da Educare alla legalità, Salani Editore, pag.106

Illustrazioni di Giulia Orecchia.