giulia orecchia

Bambini Cittadini a norma di legge

Decreti, leggi, rapporti e petizioni: tracciamo un punto della situazione.

Durante uno dei miei pomeriggi dedicati alla ricerca, allo studio e alla informazione di tutto ciò che ruota intorno al mondo della prima infanzia, mi sono imbattuta sulla petizione lanciata dall’associazione ActionAid per chiedere a Governo e Parlamento di raggiungere l’obiettivo europeo di copertura degli asili nido per il 33% dei bambini tra 0 e 3 anni; di riformare il congedo parentale incentivandone l’uso da parte degli uomini; di rivedere gli investimenti per la cura all’infanzia e tenere conto della dimensione di genere nella nuova misura di contrasto alla povertà. Alla campagna fa seguito il loro rapporto “Sulle spalle delle donne” che pur spostando l’interesse sulla parità di genere tra uomo e donna in campo economico, evidenzia come la mancanza di nidi d’infanzia sul territorio italiano influenzi negativamente il tasso di occupazione femminile: In Italia infatti un incremento di solo l’1% nel tasso di copertura degli asili nido (pubblici e privati) determinerebbe un aumento medio dello 0,92% nel tasso di occupazione delle donne con almeno un figlio da 0 a 3 anni.

Ho firmato. L’ho fatto perché credo nei nidi d’infanzia come luogo di istruzione e crescita per i bambini, credo nella loro età tanto grande da poter imparare, nella loro forza di riuscire ad essere persone autonome se gliene viene data la possibilità. Credo che a prescindere dalla madre, se lavori o meno, ogni bambino deve avere la possibilità di vivere e integrarsi con una realtà più grande della propria famiglia; ciò che sono la scuola ed il nido.

Dopo aver letto il rapporto e firmato quella che è un’altra delle “giuste” petizioni, mi sono fermata un attimo per fare un quadro della situazione politica legislativa in materia di prima infanzia, un punto a norma di legge, perché tra i tanti traguardi auspicabili ci sono altrettante perplessità.

Dal sistema integrato dalla nascita fino ai sei anni, oggetto della legge 107 su cui il Miur pare stia già lavorando ai decreti attuativi, utili se vengono approvati entro il 16 gennaio 2017 come da delega, alla proposta di legge C. 2656 Disciplina delle professioni educative, nata dalla necessità di disciplinare, in coerenza agli indirizzi europei e internazionali, le professioni di educatore e di pedagogista, a La Buona Scuola, che afferma il diritto di tutte le bambine e dei bambini a pari opportunità di cura, educazione, istruzione, relazione e gioco (comma 181 lettera e) si evince ovunque un fermento e una volontà di riconoscimento dei diritti dei bambini in età prescolare.

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Ma quali sono i traguardi?

E cosa nascondono?

 

1) Il nido non sarà più un servizio a domanda individuale, ci sarà la compartecipazione delle spese da parte dello Stato assieme ai Comuni e alle Regioni. Questo passo riconoscerà istituzionalmente il nido assicurando a tutti i bambini il diritto d’istruzione e andrà a contenere i costi crescenti a carico delle famiglie.

Traguardo importante, ma sono molti a non credere che lo Stato così come gli altri Enti in questione possano trovare i fondi necessari per finanziare anche la gestione dei nidi. Non tutti i nidi potranno comunque beneficiare di questi aiuti, potranno avvalersi di queste risorse solo coloro che rientreranno in una lista di nidi accreditati. L’accreditamento è quel provvedimento con il quale le strutture autorizzate, pubbliche e private, ed i singoli professionisti che ne facciano richiesta, acquisiscono lo status di soggetto idoneo ad erogare prestazioni sociali e servizi per la prima infanzia. L’accreditamento dei nidi d’infanzia dovrebbe garantire la qualità didattica, un controllo della gestione del nido e la sicurezza della struttura, conforme alle norme in vigore. Purtroppo ad oggi, mi sembra molto lontano da un utilizzo così ampio, esaurendosi in un semplice controllo della documentazione fornita dai richiedenti e basandosi invece troppo sulle ristrutturazioni antisismiche. La sicurezza strutturale è innegabilmente importante ma penso che essa debba essere riformulata almeno per quelle zone che per posizione geografica non sono a rischio sismico. Se ciò non dovesse accadere saranno a rischio chiusura molti nidi che per ubicazione riconosciuta legittima dalle leggi regionali, ad esempio perché parte di un palazzo, non possono adempiere a lavori di questo tipo. La conseguenza sarà una perdita di nidi e posti di lavoro. Sempre legato all’accreditamento c’è poi una questione più tecnica che riguarda l’OTC (Organismo Tecnico Collegiale), il gruppo costituito dal Comune per la verifica dei requisiti dei richiedenti l’accreditamento, costituito dal Responsabile della struttura amministrativa competente e da almeno altre due figure esperti in materia educativa, con provata professionalità e formazione nel settore dei servizi educativo-pedagogici. Ad oggi nella mia regione, l’Abruzzo, non ci sono stati bandi pubblici per la ricerca di figure competenti per l’OTC, se non in pochi comuni. Procedimenti indispensabili per avere una trasparenza, in quanto si parla di risorse pubbliche, e per evitare qual si voglia caso di conflitto d’interesse.

Il sistema integrato 0-6 anni infine non è stato ben accolto dalla scuola dell’infanzia e dai suoi maestri in primis, preoccupati di vedersi retrocedere a semplici educatori. Altro che passaggio di testimone e compartecipazione alla crescita delle nuove generazioni. Il fatto sconcertante è che con grande probabilità ci sarà un aumento delle sezioni primavera, a scapito dei nidi e degli educatori professionali. A questo punto c’è da chiedersi chi è che gioca sporco? Certo non gli educatori, giocatori singoli ad un tavolo sindacale, che vedranno altri, non competenti per questa fascia di età (24-36 mesi), adempiere al loro lavoro.

2) Per lavorare nei nidi d’infanzia sarà obbligatoria la laurea in Scienze dell’educazione. L’educatore che lavorerà nei nidi sarà solo colui con la qualifica di educatore professionale socio- pedagogico.

Finalmente il tanto auspicato riconoscimento per una figura bistrattata quale è stata negli anni quella dell’educatore. Purtroppo però non era quello che in molti speravano all’inizio dell’iter della legge. Lungo il viaggio si è pensato bene di non unificare e rafforzare la figura di educatore, così tanto bisognosa, bensì di differenziarla tra educatore professionale socio-pedagogico ed educatore professionale socio-sanitario. Forse ad alcune Università non andava di perdere un corso di studi? Quello che la Disciplina non chiarisce è il valore di questa qualifica legata al possesso del titolo di studio: non sembrerebbe essere così obbligatoria. Dal trascritto, appare non obbligatoria la sua acquisizione tramite un corso universitario intensivo per chi già lavora ma non ha titolo. La differenza sembrerebbe solo nella nomenclatura: chi ha il titolo può presentarsi come educatore professionale, chi non lo ha come educatore. Coloro che, alla data di entrata in vigore della legge, hanno svolto l’attività di educatore per almeno 12 mesi, anche non continuativi, possono continuare ad esercitarla, senza potersi in nessun caso avvalere della qualifica di educatore professionale socio-pedagogico. La qualifica non ha un peso nemmeno per quanto concerne il livello e la posizione economica.

giulia orecchia

In questa giungla di interessi, il filo che unisce i soggetti chiamati ad un cambiamento nell’istruzione dei più piccoli sembra essere sempre più fragile.

 

Immagini grafiche di Giulia Orecchia