20 novembre 2014: Venticinquesimo Anniversario della Convenzione sui Diritti per l’infanzia e l’adolescenza

Una Carta dei Diritti per tutti i Bambini Cittadini.

Per salutare il 25° Anniversario della Convenzione dei Diritti dell’infanzia, non posso non dedicare una riflessione, seppur sintetica, sul concetto di cittadinanza, perché rappresentativa della relazione tra individuo e Stato, i diritti e i doveri che essi detengono reciprocamente. Analizzare lo sviluppo del concetto di cittadinanza, significa analizzare lo sviluppo del rapporto tra Stato e cittadini, relazione alla base di tutte le politiche sociali.

La parola cittadinanza si fa risalire a due termine latini civis e civitas, ma tutt’altro che semplice è il percorso storico e sociale che l’ha portata ad acquisirne il valore che oggi le riconosciamo. La differenza con il concetto moderno di cittadinanza, è nella quasi priva partecipazione alla vita sociale e politica della maggioranza dei membri della comunità dei passati modelli sociali. Ai tempi di Platone e Aristotele essa era legata a differenziazioni di classe e di sessi, mentre una sua nuova lettura si ebbe con l’Impero romano, ma dovuta soprattutto ad un’esigenza di riorganizzazione del territorio conquistato, dove tutti erano cittadini ma anche sudditi e dove in fondo, la ricchezza continuava a fare da parametro dei doveri e della libertà. Il crollo dell’Impero romano, segnò l’inizio del Medioevo che mantenne però come eredità il modello sociale del suddito, piuttosto che del cittadino. Nel Feudalesimo, dove la fonte di ricchezza era il commercio localizzato nel feudo e gli equilibri sociali erano basati sulle figure del signore e del vassallo, oltre al ruolo dominante della Chiesa, per avere la cittadinanza si doveva essere possessori di terreni o essere residenti nella città.

Soltanto nel XVII e XVIII secolo con la voce di autori come Locke e Rousseau, si inizia a delineare il nuovo concetto di cittadinanza, che arriverà a completamento con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789, elaborata nel corso della Rivoluzione francese. La Rivoluzione francese donerà alla storia l’idea di nazione a cui associare il moderno concetto di cittadinanza. Da qui in poi, ciò che precedentemente ha rappresentato la singola appartenenza, ora ad un ceto oppure alla famiglia, ora alla città e poi alla regione, farà riferimento alla nazione, come realtà geografica, politica, sociale, culturale.

Nei secoli successivi la cittadinanza, mutata nella qualità e nella quantità, diventa identificativa dello status conferito a coloro che sono membri di una comunità, rappresentativa di maggiori diritti da una parte, dall’altra specchio dell’incremento del numero di cittadini richiedenti tali diritti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1950 l’opera Citizenship and Social Class del sociologo inglese T.H. Marshall, segna l’inizio dello studio contemporaneo del concetto di cittadinanza.

Prima del suo intervento, essa era utilizzata ancora con lo sterile scopo di distinguere il cittadino dallo straniero e quindi i diritti e i doveri connessi a questi soggetti nei confronti dello Stato. Il merito fu affrontare il problema della disuguaglianza sociale, gettando le basi su quello che oggi per noi appare normale e scontato: avere dei diritti.

Quest’ultimi, sarebbero il risultato di un succedersi temporale e storico delle società e di tutti i diversi fattori che entrano in gioco, dal livello d’istruzione, all’economia, alla proprietà. La loro evoluzione riporta al male sociale da evitare, quello delle differenze sociali, e nello Stato Moderno, i servizi sociali hanno il compito fondamentale di ridurre l’incertezza e i rischi di coloro che non possiedono questi fattori, perché chiunque possa avere i beni essenziali per una vita sicura, indipendentemente dal reddito e dai privilegi ereditati. Indipendentemente dallo stato di salute e dall’età di chi ne necessita. Indipendentemente se si è troppo deboli per farsi sentire.

O troppo piccoli. Bambini. Cittadini. A partire dal 20 novembre 1989.

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